Naming, branding e il google conformismo

Questa riflessione prende spunto dalla lettura del divertente Hello My Name Is Awesome di Alexandra Watkins. E da conversazioni avute con esperti seo/sem per studiare il nome di un sito e-commerce.

brand naming alexandra watkins

Utile e dilettevole. Da leggere.

Vado subito al punto.

Per l’esperto seo/sem il nome del sito “rende di più” se è costruito sulla keyword
(parola chiave) che l’utente “googla” per cercare quel particolare prodotto/servizio.

Se, ad esempio, voglio vendere online alimenti per cani e gatti, e il target di riferimento googla “pet food”, è preferibile che il mio sito si chiami così:

  • pet food shop
  • fido pet food
  • pet food store
  • super pet food
  • pet food 24
  • pet food naturale
  • pet food bau
  • get pet food
  • pet food italia
  • e via di seguito

Un buon nome è già La Parola Chiave

A parte il fatto che usare le parole chiave diventa sempre più difficile perché molti domini sono registrati e bisogna ricorrere a “modifiers” (qualificativi di vario genere e lunghezza), quella di mettere keyword nel nome non mi sembra una via lungimirante.

La mia contrarietà al diktat seo/sem si basa su una considerazione di opportunità strategica.

Il nome è il primo, forse più importante, asset di un brand.

Per questo lo studio del brand name deve avvenire all’interno di un territorio il più vasto possibile: dove, certamente, saranno presenti gli input che provengono dal seo/sem. Ma non solo.

Infatti, più il territorio è vasto e irrigato da una molteplicità di stimoli, più sarà facile trovare soluzioni originali e funzionali.

Nomi e numi.

Il pensiero unico googlista, se applicato con stolido puntiglio meccanico, rischia di generare esiti omogeneizzati: nomi dalla personalità indistinta, strategicamente inefficienti.
Nomi senz’anima. Nomi senza scintilla.

Quando, invece, abbiamo proprio bisogno di accendere l’immaginazione, l’interesse, il coinvolgimento. Oggi più che mai.

Un bravo copywriter ha uno sguardo generalista.

Un bravo copywriter sa che, quando si tratta di naming, bisogna essere inclusivi e abbracciare tante prospettive: i numeri ma anche gli insight, i dati ma anche le emozioni, la precisione ma anche la visione.

Insomma: il bravo copywriter confida nel caos, non nelle tabelle excel.

Perché è dal caos che nascono nuove idee, inedite combinazioni. Parole che non si trovano su una lista adwords ma che hanno la potenza creatrice del mito.

Sono nomi che non spiegano didascalicamente cosa fa l’azienda.
Sono nomi-dei che danno vita a una storia, a una stirpe. Nomi-dei come:

  • google
  • nike
  • amazon
  • zippo
  • audi
  • lego
  • skype
  • virgin

Più che la conformità agli Analytics, per creare un nome che funziona ci vuole il “solito” coraggio: quello del saut creatif.

Informazioni su Marco Fossati

Ideawriter.
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2 risposte a Naming, branding e il google conformismo

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